E’ uscita la seconda stagione di “Dear White People”. Prosegue il corso sul razzismo. Prendiamo carta, penna, e …magari 5 appunti

Una volta lessi che, vi è probabilmente più verità nei romanzi che nella realtà stessa. Certo, in questo caso trattasi di fiction, ma se per una volta riuscissimo a mettere definizioni (ed altre noiose precisazioni) da parte concederemmo persino una serie TV come Dear White People il merito di offrire una visione tutto sommato franca su temi che da sempre hanno il potere di suscitarci ogni sorta di pregiudizio e passione.

Di questa serie TV basata sull’omonimo film di Justin Simien (anno di produzione 2014), si è già scritto abbastanza, tuttavia terrei a condividere alcuni aspetti sul razzismo che da nera, importante sottolinearlo, mai avevo considerato prima. A Simien devo la mia gratitudine. Le sue storie sono arrivate come un’epifania che libera dall’offuscamento dell’inconsapevolezza.

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Da questo prodotto di Netflix ci si potrebbe aspettare l’ennesimo racconto di neri arrabbiati. Aspettativa che non sarò io a smentire. Tuttavia, posso garantire che c’è molto di più.

Sono sufficienti poche sequenze del primo episodio per comprendere che, questa serie incentrata su problemi di discriminazione sociale nei collage americani, è atipica nel suo genere. A cominciare dalla scelta dei temi musicali. Nel primo episodio si viene infatti accolti dalla voce Giancarlo Esposito (per la versione in lingua originale). Timbro caldo e garbato che, accompagnata da musica extra diegetica con temi orchestrali, potrebbe risultare una scelta un po’ anticonvenzionale se si pensa alle tipiche rappresentazioni di contesti neri in cinema e TV guidate piuttosto da pezzi Hip-Hop, R‘n’B e Gospel.

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Sono molti gli elementi che apprezzo di questa serie: i gusti del direttore della fotografia, gli eloquenti sguardi in camera dei personaggi (soprattutto nella seconda stagione), che lo so bene, non sono più novità da almeno ottanta anni, eppure mi piacciono assai (…!). Per non parlare poi delle tante sfumature offerte dalla vasta gamma di “stereotipi assortiti”. Dalle crisi identitarie di chi non si sente abbastanza nero, a chi si sente discriminata per non essere una “light-skinned” (per intenderci: caramel vs ebony) Eterna battaglia); dal nerd dei computer con l’aspetto del duro, alla versione charment di Carlton Bangs di Willy Principe di Bel Air.

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Come già detto, sono tanti stereotipi messi a nudo, ognuno con i propri conflitti e le proprie contraddizioni. Intelligente la scelta di non indagarli attraverso inutili sproloqui o cervellotiche frasette, ma piuttosto di mettere tutto in mostra: come una ragazza nera che ascolta di nascosto canzoni di Taylor Swift (mai effettivamente menzionata nel film, ma avete colto il genere); o i drammi di un giovane assistente alla cattedra –bianco, va detto- innamorato di una ragazza nera, ma ciò nonostante, non gli riesce esprimersi senza essere etichettato razzista. Persino se schierato per la “causa nera”.

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Una delle recensioni di DWP che più mi sono piaciute, è probabilmente quella di Paolo Armelli pubblicata da Wired: “5 lezioni sul razzismo da ripassare con Dear White People”, vi inviterei a leggerla e prendere e qualche appunto. Intanto provo a riassumerne i punti principali:

  1. Ognuno è una storia a sé. Ok, questo punto ve lo devo spiegare. La scelta narrativa di affrontare il racconto attraverso l’intreccio di diversi –e spesso contrastanti- punti di vista offre allo spettatore una visione più completa (e quindi complessa) della realtà.

Di questa scelta va apprezzata soprattutto l’onestà, poiché offre al pubblico la possibilità di trarre le proprie conclusioni, tenendo conto dei limiti, dei pregiudizi e delle idiosincrasie di chi sta parlando in quel momento (sto citando qualcuno, indovinate chi).

cococo

  1. Tutti siamo un po’ razzisti (nessuno escluso). Beh, questo potrebbe essere il tema della prossima vignetta realizzata con Don Alemanno . ALLARME SPOILER per prossimo episodio Welcome to the Jungle.
  2. Il linguaggio è importante. Ci sono parole che restano prerogativa di una categoria limitata di persone.

Già, come quando la parola “negro” dalle labbra di un nero, ha un sapore (talvolta accezione) diverso che se pronunciato da un bianco.

  1. Non sai cosa vuol dire fin ché lo provi. Non coglierete questo insegnamento finché non vedrete l’episodio 5 (Capitolo V, appunto).
  2. Bisogna trovare un equilibrio. Amen!

Non sottovalutiamo il potere delle relazioni, possono essere un elemento salvifico. Soprattutto se comportano un confronto, o scontro, su differenti visioni.

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Dobbiamo capire che l’integrazione non può prescindere dall’interazione. So che i miei amici di Spazio Mondo Migranti -che prima di me ci sono arrivati- approveranno. Tuttavia, è prima ulteriore passo. Non posso che concludere citando testualmente Armelli:

“In un momento storico così complicato ci si rende conto che l’interazione è possibile solo se si giunge a un punto di incontro, anche se è fondamentale non rinunciare alla propria identità (Aggiungo: soprattutto quella personale) in un mondo che ci vuole far credere che essere tutti uguali è molto più facile”.

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