Un uomo, un treno e un ombrello rotto

Innumerevoli sono le variabili che agiscono, ora sinergicamente ora conflittualmente, nel divenire di una persona.
Eppure sono poche quelle che mi hanno particolarmente segnata.
Ne sceglierò quattro scriteriate da qualsiasi ordine dettato dalla rilevanza.
Semplicemente così. Solo perché mi va.
Il treno
Sbatacchiando sulle sue rotaie, goffamente penetra di città in città divorando insaziantemente moltitudini di anonimi, quindi di vite. Quindi storie.
L’indifferenza reciproca della gente che frequenta questo luogo a volte affollato, a volte desolato, trova le sue fondamenta nella tacita regola d’oro del pendolare: non è concesso posare, o riposare, il proprio sguardo se non in punti vuoti evitando qualsiasi contatto con una qualsi parte del corpo –e non- appartenente all’essere o la proprietà di una persona.
Una volta mi è capitato di poggiare lo sguardo sulla borsa di una signora seduta di fronte a me. Si strinse la borsa all’avaro petto, immagino, temendo gliela volessi rubare. Diffidenza.
Ci sono momenti in cui sconsideratamente infrango questa regola. Sfacciatamente osservo le persone. Guardo curiosa come riescono a sfruttare tempo e spazio così rigidamente definiti dal limbico essere in viaggio.
C’è chi gioca con lo smartphone, chi lo fa con altre piattaforme. C’è chi legge un romanzo, e chi legge un giornale. Ma c’è anche chi dorme: la fascia più saggia di pendolari. Soprattutto fra quelli serali.
L’ombrello.
Sono passati tanti anni da allora. Stava piovendo, ma avevo già stabilito che ciò mi avrebbe rappresentato una preoccupazione soltanto più tardi.
Il treno si fermò.
Al di là del finestrino trovai un fradicio ombrello rotto a terra.
In una giornata di pioggia qualsiasi, la capacità dell’umidità di trasformarsi in gocce concepite dall’unione di particelle di idrogeno ed ossigeno esplicita palesemente l’incontestabile inutilità di un ombrello rotto.
L’ombrello rotto che quel giorno vidi era rotto eccome!
Il suo tessuto in nylon non aveva già più nulla del blu acceso (ipotizzo fosse questo il colore sotto lo strato di fanghiglia)che forse un tempo lo caratterizzava. Stropicciato su sé stesso lasciava scoperto l’esile scheletro in alluminio, spogliando completamente l’ombrello della propria utilità.
Ecco perché abbandonato in mezzo alla strada.
Una volta lessi che, dopo tanti anni passati in una grande città si finisce per sviluppare un senso di meraviglia, perché gran parte di quello che vi succede è inspiegabile e sembra magico.
bimba-finestrino-dominique-gadji-
Di certo improbabile ed inspiegabile è lo stato di empatia che stabilii con quell’ombrello. Colta da uno stato di abbandono, tristezza e delusione cominciai a provare pietà per quell’oggetto come se fosse vivo. Come facevo per i pupazzi della mia infanzia, immaginai di un tempo in cui lo fosse stato.
Avevo sedici anni.
Eddie
Nel periodo vissuto in Germania, i ritmi che per anni hanno scandito la mia esistenza prima del diploma non erano cambiati di molto. La mattina prendevo il treno per Duesseldor Hbf, per poi prendere la Strassenbahn per arrivare all’IIK Sprachschule. La scuola di lingua in cui avevo quattro ore di lezione ogni mattina da lunedì al venerdì.
Nel caos e la fretta di quella mattina un saluto non è stato sufficiente a farmi cogliere il tumulto di persone che mi sfrecciavano accanto. Avevo poco tempo per riflettere sul rapido avvicendarsi di individui. Li davo tutti per scontati. Davo per scontata anche la bottiglia di birra che Eddie stringeva debolmente fra i nodi delle sue dita.
Una rapida e superficiale occhiata mi era stata sufficiente ad identificarlo e conseguentemente smistarlo fra i –purtroppo- non inusuali tedeschi che si sbronzano di prima mattina. Non badai neppure a lui, e proseguii correndo al binario. Il mio treno era in arrivo.
Alle mie spalle la voce che, gracchiando aveva tentato d stabilire un contatto con me, ora si era fatta forte. Fortemente profonda e disperata: “Ich wollte nur reden![1]” mi disse.
Non so che cosa fu.
Forse fu l’uso del preterito, tempo passato, o forse la disperazione che colsi nell’inclinazione della sua voce.
Certo. Anche stupidità, sconsideratezza, folle prova di coraggio sono altrettanto da prendersi in considerazione. Mi apro alla vastità di possibili soluzioni che possano spiegarmi cosa quel venerdì mattina mi fece fermare.
Le porte del treno mi si chiusero davanti. Ricordo che con lo sguardo seguii il rettile di latta allontanarsi carico di gente anonima nell’interno delle proprie membra.
Quella mattina io, invece, sarei stata la salvatrice.
Affrettai i miei passi verso quell’uomo zoppicante che aveva già deciso di andarsene.
Ribadisco, la sottile linea che separa coraggio a stupidità in quel momento si doveva esser fatta ancora più labile, poiché cominciai a gridare alle spalle di quell’uomo nel mio -allora precario- tedesco: “Was ist dein Problem??”.
Ripensandoci ancora oggi, il mio tono doveva proprio aver assunto un connotato più minaccioso del voluto. Quando si voltò il suo sguardo era tutt’altro che amichevole.
Aveva zigomi molto marcati, così come tutto il suo corpo pareva scosso da una magrezza impressionante. Doveva avere un problema all’anca, come di fatti solo poco più tardi mi avrebbe spiegato.
A ridurlo in un tale stato erano le costanti liti con la propria compagna che non lo apprezzava, dandogli della merda incapace di tenersi un lavoro e capace solo a procurargli guai.
Sono difficoltà di cui si sente parlare molto più spesso di quanto non si voglia ammettere, racconti di cui non c’è bisogno stare a raccontare oltre. Almeno non in questo mio racconto.
Il punto è che, io volevo aiutare quell’uomo, ma quanto mi è ora assurdo, è la mia ferma convinzione di allora nel credere che le mie parole potessero avere il potere di farlo.
Lo incoraggiai come potei. Lo sgridai –dolcemente- una volta presa confidenza. Rimpianto, Alcool e Autocommiserazione, la trinità della Letale Procrastinazione, non sarebbe mai stata tanto magnanima da aiutarlo a trovare soluzione ai suoi problemi.
Ad ogni rimorso che mi vomitava addosso, mi rendevo conto che mai avrei potuto fermare i suoi amari rigurgiti ed il flusso del dolore che già da tempo lo strava travolgendo e come un piccolo ciottolino consumando.
Ormai le variabili della relazione si erano fatte direttamente proporzionali.
Più cercavo di riversare le belle parole di speranza e amore che mi erano state insegnate da quando ero ragazzina, più queste mi rimbalzavano indietro con la stessa violenza di uno schiaffo.
Potrei andare avanti a raccontare di come si concluse questo curioso incontro, ma non lo farò.
Si badi bene, tale scelta non è voluta come inevitabile conseguenza di un imponderabile finale senza lieto fine, ma quando lasciai Eddie alla stessa stazione di Duisburg dove lo incontrai, passai oltre e proseguii con la mia giornata.
Esattamente come per anni ho sempre fatto con tante altre persone, pendolari, passanti,viaggiatori come me.
Un attimo di contatto, a volte in uno sguardo, in un commento complice sul ritardo dei treni, ma poi si va oltre e presto ci si dimentica.
Non ho dimenticato Eddie. Ma a rimanermi impresso è stato sopratutto il forte senso di tristezza e abbandono.
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Bei der Diakonie in Muehlheim an der Ruhr
Quell’incontro fu il primo di una serie di altri che feci lavorando come volontaria alla caffetteria della Diakonie. Un bar dedicato ad alcool dipendenti ed alla fascia di cittadinanza più disagiata.
La prima volta che vi varcai la soglia avevo voglia e una valigia carica di aspettative. Lavorare in un posto simile sarebbe stata l’occasione ideale per entrare in diretto contatto con persone bisognose e con alle spalle storie incredibili da raccontare. E perché no? Magari qualcuna anche strappalacrima.
Dopo poche settimane ancora una volta sono stata messa in faccia alla cruda realtà.
Stando al bancone mi affacciavo ne bene o nel male ai soliti volti. A storie che col tempo imparai a conoscere.
La maggior parte dei nostri utenti erano persone finite lì per scelta obbligata. Molte delle dipendenze andavano oltre all’uso di alcoolici, dalle droghe leggere a quelle pesanti, per non parlare del gioco d’azzardo. Un cancro forse ancora più temibile.
Storie di uomini che hanno piegato in due le famiglie sperperando tutto in slot machines, altri che hanno distrutto relazione permettendo alle difficoltà di prendere il sopravvento.
Più ascoltavo le loro storie e le loro lamentele, e più sentivo germogliare in me il seme del giudizio. Mi sorgeva pericolosamente spontaneo chiedermi questa condizione non fosse esattamente ciò che meritavano.
Ancora una volta il mio senso di carità posto a contraddirsi.
Questa volta però non mi lasciai attanagliare dal senso di sconfitta ed inutilità.
Dopo tempo mi sono resa conto di essere finalmente cresciuta.
Per curiosità sono andata oltre la superficie del finestrino osservando da più vicino coloro che, non hanno che rappresentato solo uno sfondo di parte del mio mondo; facendolo ho dovuto far fronte al riflesso dei miei limiti e delle mie contraddizioni.
Ed anche oggi concluderò così.
Accettandolo.

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