Cosa potrebbe spingere un ragazzo nato nell’80 a seguire il Fondamentalismo?

Sebbene scrissi questo pezzo due anni fa, ci tengo a ripubblicarlo stasera. Proprio 3 giorni fa c’è stato il settimo anniversario dello scoppio della guerra in Siria.
Non se ne parla molto, ma sto provando a non dimenticare.
Libreria Feltrinelli, Piazza Duomo, Milano. Era il 27 Aprile 2016…
Peter Gomez, Co-fondatore del Fatto Quotidiano, lo ha promesso: il nuovo libro di Shady Hamadi non soltanto è corposo, ma anche piacevole. Dettaglio non trascurabile considerati i temi che questo saggio affronta: identità, integralismo, e diritti umani non hanno -converrete con me- la stessa matrice degli argomenti usati quando facciamo small-talk davanti alla macchinetta del caffè. Parlare di Siria non è infatti facile, fa presente Hamadi. Non lo è, se si vogliono evitare interpretazioni semplicistiche di un fenomeno dalla natura tanto complessa; tirate come “Milioni di siriani stanno scappando per problemi economici, non dalla guerra” (cit. Adonis, “Islam e Violenza”), oppure, “Fuori dall’Europa! Sono tutti terroristi” ci sono tristemente familiari.
Per sbobinare il groviglio di eventi che hanno prodotto l’Isis e dato inizio al conflitto siriano è necessario, però, conoscerne la storia. Uno dei più subdoli mali di cui è vittima non soltanto la Siria, ma tutti i paesi che non rientrano nel nostro radar di interesse, è la “Politica dell’Oblio” attuata dalla Comunità Internazionale. Lo sto scrivendo di cuore.
Anche Gomez lo ammette: soffriamo di una miopia che porta a non interessarci delle cose lontane da noi. Abbiamo cominciato ad occuparci di Siria perché ne stanno arrivando i profughi; allo stesso modo siamo stati indotti ad indignarci di fronte alle pratiche di tortura egiziane (come anche della maggior parte degli stati arabi) solo dopo la morte di Giulio Regeni. E’ stato necessario morisse un Italiano per spingerci a una scoperta simile. Anche in medio Oriente esistono dei Nelson Mandela, o M. Luther King: predicatori, giovani attivisti e cuori socialisti disposti a mettere in discussione la propria vita armati di rose e lenzuoli rossi (leggi “La Felicità araba” Shady Hamadi). Combattono per piccole conquiste a noi scontate: cessazione delle torture nelle carceri, stop alle uccisioni, diritti per tutti. Ma la loro voce non riesce a raggiungere l’Occidente. Non fa notizia. Finisce anch’essa nell’oblio. In “Esilio dalla Siria” l’autore racconta il proprio paese partendo da precise domande:
  • · Esiste un collegamento tra i regimi autoritari nazionalisti e il fondamentalismo?
  • · Perché per un ragazzo nato nella fine degli anni ’80 è più facile combattere per il fondamentalismo, piuttosto che entrare in una brigata comunista?
Per chi non lo conosce, Shady è nato a Milano nel 1988, da madre italiana e padre siriano. In Siria non è potuto tornare fino al 1997, esiliato dalla nascita per i trascorsi politici del padre, perseguitato perché membro del Movimento Nazionalista Arabo. Ci torna per la prima volta nel 2001, e poi a più riprese ed impara l’arabo.
A conti fatti è un ragazzo di soli 28 anni, ma trasmette il carisma ed una coscienziosità velata da un strato di tristezza, che solo chi ha visto la guerra da vicino può conoscere. Il giovane, con una punta di rammarico confessa: gli è stato più semplice incontrare solidarietà da ottantatreenni come Dario Fo (che ha scritto per lui la prefazione del libro “La Felicità Araba”) che dai giovani amici italiani della sua generazione. La vecchia generazione è quella che porta ancora nelle orecchie i rumori degli aerei di guerra, e capisce bene, cosa significa abbandonare la propria casa, perdere i propri cari e prendere bruscamente coscienza della temporaneità della vita.
Chi mai dovesse incontrare Shady Hamadi, potrebbe riconoscere in lui uno spirito molto affine a quello di Leone Ginzburg, il nome invisibile della casa editrice Einaudi (invito a leggere “Il Tempo migliore della nostra vita, Scurati, Bompiani 2015 –Bellissimo), che armato di penna e inchiostro combatté in nome di una “Resistenza culturale” contro il fascismo. Come molti giovani siriani di oggi, egli morì sotto tortura. Il nostro augurio è che questa resistenza possa finalmente conoscere una meritata vittoria.
Abbraccio, Domi

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